Giudici tributari: gli emolumenti variabili fuori termine non vanno a tassazione separata

Ai fini IRPEF, non rientrano tra i redditi arretrati, assoggettabili a tassazione separata, gli emolumenti variabili riferiti al quarto trimestre, corrisposti ai giudici tributari entro 120 giorni dell’anno successivo a quello di maturazione. In tal caso, il ritardo si considera fisiologico rispetto alla natura del rapporto dal quale derivano, e cioè sia la necessaria conseguenza di particolari procedure per la loro quantificazione e liquidazione (Corte di Cassazione – Sentenza n. 3585 del 2020)

Nell’ambito della controversia riguardante il diniego del rimborso della maggiore IRPEF trattenuta dall’Amministrazione finanziaria sui compensi arretrati ai giudici tributari, sottoposti a tassazione ordinaria, anziché a tassazione separata, la Commissione tributaria investita del caso ha affermato che i compensi (fissi e variabili) dei componenti delle commissioni tributarie sono equiparati dal TUIR agli emolumenti per prestazioni di lavoro dipendente e, pertanto, i compensi arretrati devono essere sottoposti al regime della tassazione separata. In particolare, sul piano fiscale, devono ritenersi emolumenti arretrati i compensi variabili, ragguagliati al numero di ricorsi decisi, spettanti ai giudici tributari, se erogati dopo il 12 gennaio dell’anno successivo.
Riformando tale decisione, la Corte di Cassazione ha accolto l’impugnazione dell’Agenzia delle Entrate secondo la quale i compensi variabili, relativi al quarto trimestre (ottobre-dicembre) dell’anno solare, in quanto calcolabili a consuntivo e, quindi, pagabili solo nel periodo d’imposta successivo, sono assoggettati all’aliquota ordinaria (e non separata) a prescindere dalla data di liquidazione. Ciò in quanto, il ritardo nell’erogazione va considerato fisiologico quando siano rispettati i tempi ordinariamente necessari per l’espletamento della procedura di liquidazione, previsti dalle direttive del MEF che determinano l’erogazione delle somme ad intervalli regolari.
I giudici della Suprema Corte hanno osservato che:
– il criterio generale dell’imposizione su detti redditi è il principio di cassa, secondo cui ad ogni anno solare – di regola – corrisponde un’obbligazione tributaria autonoma;
– la previsione è integrata dal principio della «cassa allargata», che parifica, ai fini impositivi, i compensi di lavoro dipendente e assimilati, erogati entro il 12 gennaio dell’esercizio successivo, a quelli erogati nel precedente (nel senso di attrarre, nel reddito annuale, le somme percepite entro il 12 gennaio dell’anno successivo);
– invece, per i redditi percepiti in un determinato periodo d’imposta, ma maturati in tempi precedenti, vige il diverso regime della tassazione separata, che è una modalità particolare di determinazione dell’IRPEF, la cui ratio è individuata nella necessità di «attenuare gli effetti negativi che deriverebbero dalla rigida applicazione del criterio di cassa» in quei casi in cui la tassazione ordinaria di un reddito formatosi nel corso di più anni, ma corrisposto in unica soluzione, potrebbe risultare eccessivamente onerosa per il contribuente;
– i compensi dei giudici tributari sono assimilati ai redditi di lavoro dipendente, sicché anch’essi sono soggetti alle disposizioni inerenti a tale categoria generale, comprese quelle che determinano i principi della tassazione per cassa, per «cassa allargata» e il criterio della tassazione separata per gli emolumenti arretrati;
– la disciplina dei compensi erogati ai giudici tributari è contenuta nell’Ordinamento degli organi speciali di giurisdizione tributaria ed organizzazione degli uffici di collaborazione, il quale stabilisce che i giudici componenti delle commissioni tributarie percepiscono due tipi di compensi: uno mensile, determinato in cifra fissa, ed uno aggiuntivo variabile, che discende dal numero e dalla tipologia dei provvedimenti depositati. L’entità dei compensi è stabilita periodicamente dal Ministero dell’economia e delle finanze con proprio decreto.
In merito al principio di “cassa allargata”, in particolare, la Corte di Cassazione ha ritenuto lo stesso interpretabile secondo un criterio di “ritardo fisiologico”, che si concretizza qualora il pagamento di un compenso sia effettuato in un periodo d’imposta successivo a quello di maturazione come “conseguenza fisiologica”, insita nelle modalità di erogazione degli emolumenti stessi, tali da richiedere determinati tempi tecnici per essere condotte a termine.
In conclusione, i giudici della Corte Suprema hanno affermato il principio di diritto per cui: “in materia di redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, corrisposti nell’anno successivo a quello di maturazione, non sono ricompresi tra i redditi arretrati, assoggettabili a tassazione separata, gli emolumenti per i quali il ritardo nella loro corresponsione, nell’anno successivo a quello di riferimento, sia fisiologico rispetto alla natura del rapporto dal quale derivano, e cioè sia la necessaria conseguenza di particolari procedure per la loro quantificazione e liquidazione”.
Con riferimento specifico ai compensi variabili relativi al quarto trimestre, corrisposti ai giudici tributari, la Corte di Cassazione ha affermato che deve ritenersi “fisiologico”, un arco cronologico di 120 giorni ulteriori rispetto al termine del 15 gennaio, quale idoneo spatium adimplendi da concedere all’Amministrazione per l’approntamento dei controlli e dei mezzi finanziari occorrenti al pagamento dei compensi variabili.